Le decisioni non sono mai neutrali

di michela cannovale

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Qualche giorno fa la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia a risarcire con 60.000 euro Audrey Ubeda, cittadina francese che nel 2021 aveva denunciato il compagno alla Procura di Benevento per maltrattamenti e violenza sessuale.

A pesare nella sentenza, il fatto che la pm incaricata del caso ne avesse chiesto l’archiviazione, scrivendo che “è comune negli uomini dover vincere quel minimo di resistenza di ogni donna” agli “approcci sessuali”, e liquidando come un “cattivo scherzo” un episodio in cui il partner le aveva puntato un coltello alla gola. Strasburgo non ha gradito lo stile, bollando il linguaggio della pm come specchio di una cultura sessista che in aula non dovrebbe trovare spazio.

Come scrive sul Corriere Marina Calloni, docente di filosofia politica sociale all’Università Bicocca di Milano e direttrice del centro studi contro la violenza domestica dell’ateneo, il punto non è la singola toga, ma un vuoto strutturale: magistrati e insegnanti restano, per ragioni contrattuali, le uniche categorie professionali senza un obbligo formativo su genere, linguaggio e bias. Esistono linee guida del CSM dal 2021 e un corso della Scuola Superiore della Magistratura sugli stereotipi nel linguaggio giudiziario, che tuttavia è arrivato solo nel 2026, mentre i fatti contestati a Benevento risalgono proprio al 2021.

Sarebbe un errore usare questa vicenda per mettere sotto accusa l’intera magistratura. Eppure, non so voi, ancora non riesco a non sorprendermi di fronte a certi stereotipi. Sarà che un pregiudizio inconsapevole resta inconsapevole proprio per chi lo porta con sé.

Questa riflessione mi è tornata in mente registrando questa nuova puntata di Diverso sarà lei insieme a Carmen Chierchia (in foto), partner di DLA Piper e head del Responsible Business in Italia. Abbiamo parlato dell’importanza di investire tempo, budget e persone per costruire percorsi sui bias inconsapevoli, cultura organizzativa, inclusione. E del fatto che nessun professionista è neutrale per definizione.

Chi prende decisioni porta inevitabilmente con sé schemi mentali, automatismi, convinzioni sedimentate. Ignorarli significa lasciarli decidere al posto nostro.

Resta allora la domanda posta da Calloni: perché la formazione sui bias continua a essere considerata un “nice to have” invece che una competenza professionale?

L’esperienza di uno studio legale che ha scelto la strada opposta – pur muovendosi in un settore diverso, con logiche e posta in gioco non paragonabili – dimostra che riconoscere i propri automatismi può diventare parte della qualità professionale. Perché un pregiudizio può alterare una selezione, una promozione, una valutazione delle performance.

E se questo vale per un colloquio di lavoro, quanto dovrebbe valere per una denuncia di violenza? Buon ascolto!

michela.cannovale@lcpublishinggroup.com

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