Giro di vite ESG nel lusso: i general counsel in prima linea
I brand del lusso devono rivedere i propri processi interni per stare al passo con le normative ESG. È il messaggio della quarta edizione dell’ESG Policy Guide, pubblicata a marzo dallo studio legale Baker McKenzie in collaborazione con gli esperti di sostenibilità Positive Luxury.
Lo studio del 2024 aveva previsto che le nuove regole ESG avrebbero trasformato il settore. Ora sta succedendo.
A dover gestire questa crescente complessità normativa saranno in prima linea i general counsel e i loro dipartimenti legali, chiamati a orientarsi in un labirinto di regole che cambiano a ritmi diversi da paese a paese, con un ruolo che si allarga di anno in anno, dalla tutela legale alla gestione del rischio reputazionale, dalla tracciabilità delle filiere alla rendicontazione climatica.
Non si tratta quindi solo di compliance: si tratta di anticipare i rischi, guidare le scelte aziendali e costruire sistemi interni capaci di reggere a un livello di scrutinio senza precedenti.
Cosa chiedono i regolatori
Le regole sulla sostenibilità non sono più dichiarazioni di principio. Oggi i regolatori chiedono fatti: design circolare, dichiarazioni ambientali verificabili, filiere tracciabili, rendicontazione climatica. La direzione è comune a tutti i mercati, anche se tempi e strumenti variano.
«Definizioni più chiare, standard più rigidi, reporting più strutturato: questa è la tendenza ovunque. Per le aziende del lusso è il momento di verificare i propri sistemi interni e allinearli al livello di trasparenza che i regolatori si aspettano», ha affermato Katia Boneva Desmicht, che guida il gruppo consumer goods and retail di Baker McKenzie.
Il nodo plastica
La stretta sulla plastica è un caso esemplare. In Europa e nel Regno Unito i brand devono rispettare almeno quattro normative diverse, oltre ai requisiti del Trattato ONU sulla plastica. Negli Stati Uniti, sei stati — California, Oregon, Minnesota, Maine, Washington e Maryland — hanno già approvato leggi che impongono registrazione, reportistica e riprogettazione degli imballaggi. Anche l’America Latina si sta muovendo nella stessa direzione.
In Asia Pacifico, Hong Kong, Cina e Corea del Sud hanno vietato alcuni prodotti monouso nella ristorazione e nell’ospitalità. La Malaysia tassa i sacchetti di plastica. Le Filippine li hanno vietati nelle principali città. Il Giappone ha introdotto nuovi standard di design ecosostenibile per bottiglie e imballaggi cosmetici.
«Il packaging è una firma del brand», ha osservato Eva-Maria Ségur-Cabanac, partner di Baker McKenzie. «Le nuove regole sono un’opportunità: ripensare il packaging con materiali sostenibili e modelli di riuso può diventare un elemento di distinzione, non solo un obbligo».
Filiere sotto la lente
Nei prossimi due anni, dimostrare l’origine dei prodotti diventerà una delle sfide più critiche per i brand del lusso. Le nuove leggi europee e americane sul lavoro forzato chiedono tracciabilità oltre i fornitori diretti e documentazione verificabile. I brand devono spiegare come identificano e gestiscono i rischi del lavoro forzato nelle proprie filiere. Non è semplice: le catene di fornitura del lusso attraversano spesso più paesi e coinvolgono piccoli artigiani.
Rating ESG e clima: si va verso standard comuni
L’UE è la prima giurisdizione a regolamentare i fornitori di rating ESG, imponendo trasparenza e regole di condotta. Un modello che altri mercati sembrano pronti a seguire, visto che questi rating influenzano le decisioni degli investitori.
Sul fronte clima, la convergenza è già in corso. Negli Stati Uniti sono i singoli stati, non il governo federale, a spingere verso una rendicontazione strutturata. In Asia Pacifico, Giappone, Singapore e Australia stanno adottando gli standard dell’International Sustainability Standards Board. Il processo va più veloce del previsto: i brand internazionali potrebbero presto dover rispettare più regimi di reporting in parallelo.
«Il lusso è a un bivio», il commento di Jamie Moore, managing director di Positive Luxury, che ha sottolineato: «La sostenibilità non è più un’aspirazione: è responsabilità concreta. La credibilità non si misurerà su ciò che un brand promette, ma su ciò che riesce a dimostrare».