Crisi aziendali, il timore dei falsi allarmi frena i general counsel

Un’indagine di Economist Enterprise promossa da FTI Consulting su 1.100 responsabili legali rileva la distanza tra procedure formalizzate e capacità di anticipare i rischi. Il 42% degli intervistati ha esitato a segnalare questioni rilevanti perché temeva una reazione eccessiva o la perdita di credibilità

Avere un piano di crisi non significa essere pronti a usarlo. Quasi il 70% delle organizzazioni rappresentate nella nuova indagine di Economist Enterprise, promossa da FTI Consulting, dispone di un piano formalizzato. Ma soltanto il 17% adotta un approccio proattivo e sottoposto a verifiche costanti per individuare le minacce e affrontarle prima che diventino emergenze.

È la distanza su cui si concentra Steady Advisers for an Unsteady Age: Realising the Full Potential of the General Counsel in a Polycrisis, seconda edizione della ricerca dedicata al ruolo dei responsabili legali nella gestione delle crisi. L’indagine, condotta tra marzo e aprile 2026, raccoglie le risposte di 1.100 general counsel e figure equivalenti in Nord America, Europa, Medio Oriente, Africa e Asia-Pacifico, tutti direttamente coinvolti nelle decisioni di gestione del rischio.

Il timore di dare l’allarme

Per i general counsel, una delle difficoltà è decidere quando portare una minaccia all’attenzione dei vertici, anche quando le informazioni disponibili sono ancora incomplete. Aspettare può aggravare l’esposizione dell’impresa; segnalare ripetutamente problemi che si rivelano gestibili può invece compromettere la fiducia negli allarmi successivi.

Il 40% degli intervistati afferma che i falsi allarmi riducono la credibilità delle segnalazioni future. Il 42% riferisce che il timore di reagire in modo eccessivo o di perdere credibilità lo ha reso esitante nel segnalare questioni rilevanti al top management.

In queste valutazioni entra anche il consiglio di amministrazione: il 57% dei responsabili legali dichiara di coinvolgerlo fin dalle prime fasi, per inquadrare il problema ed esaminare le opzioni prima di assumere posizioni definitive. La decisione su quando una questione debba essere considerata una crisi resta condivisa tra i vertici, mentre il general counsel contribuisce a valutarne le conseguenze legali, regolamentari e reputazionali.

Il supporto esterno arriva quando il rischio è già alto

Oltre l’80% delle organizzazioni ricorre a competenze esterne soltanto dopo che una valutazione interna ha individuato un rischio legale o reputazionale elevato, oppure quando la crisi è già in corso. Secondo il report, questo restringe il tempo disponibile per intervenire e limita l’accesso tempestivo alle competenze specialistiche.

Anche gli strumenti di monitoraggio restano poco diffusi. Meno della metà del campione utilizza tecnologie avanzate per individuare rischi emergenti, dall’analisi predittiva alla simulazione di scenari fino al monitoraggio tramite intelligenza artificiale. Quest’ultimo è impiegato dal 46% del campione, quota che sale al 61% tra le organizzazioni con un approccio proattivo alla gestione delle crisi.

Per Emanuele Grasso, Head of FTI Consulting Italy, le imprese italiane devono superare la logica dei piani statici e verificare la propria capacità di risposta, coinvolgendo il general counsel fin dall’inizio accanto al management e al consiglio di amministrazione. Una crisi, osserva, può estendersi rapidamente da una funzione o da un mercato agli ambiti legale, operativo, regolamentare e reputazionale.

La preparazione esposta ai tagli

A incidere sono anche le scelte di spesa. Quando le risorse finanziarie si riducono, soltanto il 27% delle organizzazioni dichiara di proteggere il budget destinato alla preparazione alle crisi; le altre lo riducono.

Riccardo Siliprandi, Head of Economic & Financial Consulting di FTI Consulting Italy, richiama inoltre le conseguenze delle decisioni iniziali su eventuali contenziosi e procedimenti regolamentari. Accertare rapidamente i fatti e valutarne l’impatto economico deve accompagnarsi alla conservazione di una traccia chiara delle informazioni disponibili, delle decisioni prese e delle loro motivazioni: documentazione utile tanto nella risposta immediata quanto nelle fasi successive.

La ricerca riguarda organizzazioni con un fatturato annuo superiore a un miliardo di dollari, con una soglia di 500 milioni per l’Arabia Saudita. Il campione comprende 200 intervistati in Nord America, 600 in Europa, Medio Oriente e Africa e 300 in Asia-Pacifico.

michela.cannovale@lcpublishinggroup.com

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