Trasparenza salariale, 7 aziende su 10 non sono pronte alla direttiva UE
A poche settimane dall’entrata in vigore della Direttiva europea sulla trasparenza retributiva, le aziende italiane appaiono ancora in ritardo nel percorso di adeguamento. È quanto emerge da una survey realizzata da Robert Walters, secondo cui il 77% dei professionisti ritiene che la propria organizzazione non sarà pronta a rispettare i nuovi obblighi previsti dalla normativa europea.
Se da un lato cresce la consapevolezza sul tema – il 57% degli intervistati afferma di conoscere le implicazioni della direttiva – dall’altro la preparazione concreta delle imprese resta limitata. Solo l’11% dei professionisti dichiara infatti che la propria azienda dispone già di una policy dedicata alla trasparenza retributiva, mentre quasi nove organizzazioni su dieci non hanno ancora introdotto procedure specifiche.
La direttiva europea punta a ridurre le disparità salariali attraverso una maggiore trasparenza, riconoscendo ai lavoratori il diritto di accedere a informazioni sulle retribuzioni di colleghi che svolgono mansioni di pari valore. Una misura che raccoglie un ampio consenso: il 75% degli intervistati la considera un passo nella giusta direzione, contro il 14% che esprime un giudizio negativo.
Secondo Walter Papotti (in foto), country director di Robert Walters Italia, l’introduzione della trasparenza salariale richiede un approccio strutturato che coinvolga processi organizzativi, cultura aziendale e sistemi di gestione delle risorse umane. «Molte organizzazioni sono ancora in una fase iniziale del percorso di adeguamento e rischiano di trovarsi impreparate di fronte ai nuovi obblighi normativi», osserva.
La ricerca evidenzia inoltre come la trasparenza retributiva stia assumendo un peso crescente anche nella capacità delle aziende di attrarre talenti. Per il 63% dei professionisti, infatti, sapere che un potenziale datore di lavoro adotta politiche di trasparenza salariale influenza la decisione di candidarsi o accettare un’offerta di lavoro. Solo il 12% ritiene che questo aspetto non abbia alcun impatto sulle proprie scelte professionali.
Per le imprese, dunque, l’adeguamento alla direttiva non rappresenta soltanto un obbligo normativo, ma anche un’opportunità per rafforzare la fiducia dei dipendenti e migliorare la propria attrattività in un mercato del lavoro sempre più competitivo.