General counsel e avvocati, a Milano si accorciano le distanze
Ordine e Aigi, con La Lumia e Martellino, aprono il dialogo. Il confronto richiama i nodi della riforma forense. Imperativo: evitare un disallineamento tra norma e realtà operativa
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In attesa che la riforma dell’ordinamento forense trovi una sua forma definitiva, a Milano si intravede qualcosa che somiglia a un’anticipazione di futuro. Non tanto nelle soluzioni normative, che restano ancora tutte da scrivere, quanto nel modo in cui due mondi tradizionalmente separati, quello dell’avvocatura e quello dei giuristi d’impresa, iniziano a parlarsi. Un’evoluzione che ha trovato sintesi nel convegno “Il general counsel 5.0” dello scorso 31 marzo al Tribunale meneghino, organizzato dall’Ordine degli avvocati di Milano e dall’Associazione italiana giuristi d’impresa (Aigi).
L’evento, articolato in tre panel moderati da Adriano Peloso, componente del consiglio generale e del comitato direttivo di Aigi e legal director per l’Italia di Lenovo, ha affrontato l’evoluzione del ruolo del general counsel guardandola da diverse angolazioni: dalla funzione in azienda al rapporto con gli studi legali, fino alle nuove configurazioni organizzative che stanno emergendo anche all’interno degli studi.
Il segnale dell’Ordine
A sintetizzare questa impostazione è stato il presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano, Antonino La Lumia (in foto a sinistra), che in apertura al convegno ha parlato di «passaggio simbiotico con Aigi», indicando nel legale in house una componente sempre più centrale della funzione giuridica. «Il perimetro della professione legale – ha detto – non può più essere letto soltanto attraverso la lente del libero foro, in quanto il diritto è diventato “carburante delle aziende” e il general counsel che lo governa dall’interno orienta i processi decisionali e le scelte strategiche».
Intervistato da MAG a margine dell’evento (video disponibile qui), La Lumia ha poi aggiunto come il diritto stia assumendo il ruolo di «infrastruttura del cambiamento», in un rapporto tra avvocati e giuristi d’impresa sempre più caratterizzato da elementi di convergenza.
L’apertura al dialogo da parte di un Ordine forense, per di più così esplicita, si inserisce in una relazione – quella tra protagonisti del libero foro e del mercato in house – che per lungo tempo è rimasta su piani distinti. Ma non solo: si colloca anche in un momento particolare per la professione tutta, in cui la riforma forense non rappresenta unicamente una revisione tecnica dell’ordinamento, ma un terreno su cui si gioca una questione più ampia: chi è oggi, e chi sarà domani, il professionista del diritto. E proprio in questa direzione si muovono le istanze portate avanti da Aigi, che punta al riconoscimento del ruolo del giurista d’impresa innanzitutto, così come alla possibilità di istituire un elenco speciale annesso all’albo.
…e quello di Aigi
La volontà di operare in maniera coordinata, infatti, è emersa chiaramente anche dall’altra parte. Giorgio Martellino (in foto a destra), presidente di Aigi e chief legal officer di Avio, ha sottolineato come la relazione tra legale interno e avvocato esterno non sia più leggibile in termini competitivi: «Le due figure non operano in concorrenza, ma lungo una catena del valore condivisa». Ruoli distinti, ma complementari. Il riferimento è a un modello simile a quello tra medico di base e specialista: «Come il medico di base che conosce la storia del paziente e orienta verso lo specialista più adatto, il general counsel presidia il contesto e costruisce le condizioni perché l’intervento esterno sia tempestivo ed efficace».
In questa prospettiva, ha proseguito Martellino, «il riconoscimento istituzionale dei giuristi d’impresa non sottrae spazio al libero foro, ma contribuisce a definire meglio i confini di una collaborazione già in atto».
Il general counsel nel cuore del business
Il general counsel, d’altronde, ha già superato, nei fatti, i confini tradizionali del ruolo. È quanto hanno sottolineato Liuma Alessia Casaccia, group general counsel and chief compliance, esg and privacy officer di Zenita Group, e Giovanni Lombardi, presidente di Laisa, che durante il primo panel hanno descritto una funzione sempre più integrata nei processi decisionali aziendali. Non più soltanto presidio della compliance o revisore dei contratti, ma interlocutore stabile del management.
Una lettura condivisa anche da Martellino, che ha ricordato che «il general counsel entra ormai pienamente nel cuore del business, in particolar modo nei momenti in cui il rischio diventa decisione: nelle crisi, nelle operazioni straordinarie o nei passaggi di governance più delicati. È allora che il legale non si limita a supportare, ma contribuisce a ridefinire le scelte del management».

Il nuovo equilibrio con il libero foro
Questo cambiamento ha effetti diretti anche sul mercato legale, come è emerso nel confronto tra i relatori del secondo panel.
Il rapporto con gli studi appare sempre più governato e meno spontaneo: lo ha evidenziato, tra gli altri, Francesca Spreafico, legal director per il sud Europa di Visa, precisando come la gestione della relazione debba restare in capo al dipartimento legale interno, anche a presidio dell’indipendenza. Nella stessa direzione si sono mossi anche gli interventi di Pietro Galizzi, head of legal and regulatory affairs di Plenitude, Monica Colombera e Fabio Guastadisegni, partner rispettivamente di Legance e Clifford Chance, secondo i quali il dipartimento legale non si limita più, oggi, a scegliere a chi affidare un incarico, ma costruisce e governa il rapporto con gli studi, definendo modalità operative e standard di servizio.
Il parere dello studio non rappresenta più un punto di arrivo, ma uno degli elementi che il general counsel utilizza all’interno di un processo decisionale più ampio. È un riequilibrio silenzioso, ma evidente. Il baricentro si sposta verso il cliente, sempre più organizzato e consapevole, con effetti diretti anche sul ruolo dell’avvocato esterno, chiamato a fornire le proprie competenze in un sistema decisionale già orientato e guidato dall’interno.
Se il general counsel entra nello studio
Il terzo ed ultimo panel, con gli interventi di Valentina Masi, general counsel di Legance e presidente di Asla (Associazione degli studi legali associati), consigliera dell’Ordine degli avvocati di Milano e coordinatrice della commissione Giustizia Civile, e Simona Klimbacher, general counsel di BSVA, si è concentrato su un ulteriore sviluppo del tema: l’ingresso della figura del general counsel anche all’interno degli studi legali.
Come ha spiegato Masi in un’intervista con MAG (video disponibile qui), non si tratta solo dell’introduzione di un nuovo ruolo, ma di un cambiamento del modo in cui gli studi si organizzano e si governano. «Al crescere delle dimensioni e della complessità, lo studio non può più basarsi esclusivamente sulle dinamiche tra soci o su prassi informali, ma richiede modelli organizzativi strutturati, con governance collegiale e condivisa, visione strategica di lungo periodo, attenzione al passaggio generazionale e una componente manageriale strutturata».

In questi contesti «il general counsel svolge una funzione di raccordo tra dimensione professionale e logica manageriale: progetta e governa processi e regole comuni, li standardizza e ne garantisce un’applicazione uniforme, cura i presìdi di rischio e compliance, gestisce la contrattualistica dello studio con clienti e fornitori e supporta l’integrazione dell’esg nella governance interna, inserendosi in una più ampia tendenza di avvicinamento tra studi legali e imprese», ha chiosato l’avvocata.
Milano come laboratorio
Milano sembra oggi uno dei luoghi in cui questa convergenza emerge con maggiore evidenza. Se e quanto questa traiettoria troverà conferma, però, dipenderà anche da come la riforma dell’ordinamento forense saprà recepire un’evoluzione che, nella pratica, è già in corso. Il rischio è quello, non nuovo, di un disallineamento tra norma e realtà operativa.
Sul punto è intervenuto anche Adriano Peloso. Interpellato da MAG (video disponibile qui), ha richiamato l’importanza del […]
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