Una città, molte aule*

Minneapolis tra riforme, scontri e nuove fratture istituzionali. Antonio Romanucci, che ha assistito le famiglie di George Floyd, Amir Locke e Renée Good, racconta come la città sia diventata un banco di prova per il sistema legale e la fiducia nelle istituzioni

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di michela cannovale

C’è un momento, nei video che hanno fatto il giro del mondo, in cui il rumore di fondo sparisce. Non si sentono più le sirene, né le urla. Si sente solo il respiro. O la sua assenza.

Minneapolis è entrata nell’immaginario globale così, nel maggio 2020, con George Floyd schiacciato sull’asfalto e una frase ripetuta fino allo sfinimento: I can’t breathe.

Quella strada di quartiere è diventata una linea di frattura nella storia recente degli Stati Uniti. Milioni di persone in piazza, città in fiamme, arresti, tribunali sotto i riflettori. Uno spartiacque.

Recentemente, Minneapolis è tornata al centro dell’attenzione. A gennaio 2026, Renée Good viene uccisa durante un’operazione federale dell’ICE, l’agenzia federale statunitense responsabile del controllo dell’immigrazione e della sicurezza delle frontiere all’interno degli USA, parte del Dipartimento per la Sicurezza Internazionale. Pochi giorni dopo, Alex Pretti viene colpito mortalmente in un contesto di tensione legato alle stesse operazioni. Ancora video. Ancora conferenze stampa. Ancora cittadini nelle strade.

Ma questa volta, oltre la rabbia, circola qualcosa di più sottile. La paura.

Non la paura del crimine. La paura nei confronti di chi esercita il potere. La paura che la divisa non sia più un segnale di protezione e tutela, ma un punto interrogativo.

È dentro questo clima che si inserisce la voce di Antonio Romanucci, avvocato da oltre venticinque anni, impegnato in cause per i diritti civili, cattiva condotta della polizia, e morte ingiusta, nonché socio fondatore dello studio Romanucci & Blandin di Chicago, con un’esperienza che lo ha portato a seguire alcuni dei casi più emblematici dell’America contemporanea. La redazione di MAG lo cerca fino a Chicago.

Antonio Romanucci

«Throw out the playbook»

Antonio Romanucci non arriva mai in una città tranquilla.

Quando si presenta a Minneapolis, nel 2020, la città è già sotto gli occhi del mondo. A chiamarlo è il collega e amico fraterno Ben Crump, che lo coinvolge nella rappresentanza della famiglia Floyd.

Romanucci ricorda ancora la prima riunione: una sala d’albergo, una sessantina di parenti riuniti, il lutto ancora vivo, telecamere ovunque.

«Mi chiedevo se si sarebbero fidati di me», racconta. «Non ero un volto familiare. Non mi conoscevano e non li conoscevo. Dovevo guadagnarmi la loro fiducia in fretta».

Non è un dettaglio secondario. Romanucci è un uomo bianco di Chicago, figlio di un emigrato italiano partito da Ascoli Piceno a diciannove anni. È cresciuto tra due mondi: l’America delle opportunità e la memoria di un’Italia lasciata per costruire qualcosa di nuovo. Racconta di aver visitato le Marche decine di volte, di portare dentro di sé quella doppia appartenenza.

Forse è anche per questo che parla spesso di identità, di dignità, di uguaglianza come qualcosa di concreto, non teorico.

La causa Floyd si chiude con un accordo record da 27 milioni di dollari contro la città di Minneapolis. Ma quando Romanucci ripensa a quel caso, non parla solo di cifre.

«Throw out the playbook», dice di aver detto al suo team. Buttate via il manuale. Non era – e non poteva essere – una causa come le altre, e in quanto tale non poteva essere affrontata come le altre: la strategia andava costruita passo dopo passo, di fronte a un’attenzione pubblica che non aveva precedenti.

«Non sono un ghost partner»

Romanucci non nasce nelle grandi law firm corporate. Inizia come difensore pubblico nella Contea di Cook, a Chicago, nelle aule penali dedicate ai reati di armi e droga. È lì, tra fascicoli che si somigliano e verbali che sembrano ricalcare sempre lo stesso copione, che si accorge di uno schema ricorrente: a finire imputate sono quasi sempre persone provenienti dalle aree più fragili della città.

«Ho visto una narrativa ripetersi nei rapporti di polizia», ricorda. «Le persone che avevano più bisogno di protezione erano spesso quelle più esposte».

Quell’esperienza lo segna. Negli anni costruisce uno studio che affronta casi di morte ingiusta, responsabilità civile e diritti costituzionali. Affronta dipartimenti di polizia, multinazionali, amministrazioni pubbliche. Non evita i conflitti difficili.

Anche le ricerche condotte dalla redazione per questo articolo, in effetti, sembrano confermare questa inclinazione. Tra interviste e profili dedicati alla sua carriera ricorre un tratto costante: la presenza diretta nei casi più complessi. «Non sono un ghost partner. Vado in aula e combatto», ribadisce durante il nostro incontro.

«Minneapolis è un unicorno»

Quando oggi parla della città, Romanucci usa un’immagine che sorprende chi è generalmente abituato a utilizzarla soprattutto in ambito finanziario: «Minneapolis per me è un unicorno».

Non lo dice per romanticizzare la situazione. Lo dice perché crede fermamente che qui sia successo qualcosa di raro: dopo Floyd, il dipartimento di polizia locale ha attraversato una fase di revisione pubblica senza precedenti. Cita un momento che per lui resta simbolico: il capo della polizia che testimonia contro un proprio agente nel processo Chauvin.

«Non avevamo mai visto un vertice delle forze dell’ordine esporsi in questo modo», osserva.

Per Romanucci, quel gesto interrompe una prassi consolidata: la tendenza dei corpi di polizia a chiudersi a riccio quando uno dei loro uomini è sotto accusa. Allo stesso tempo, descrive una comunità cittadina capace di reagire rapidamente. «Quando c’è un problema, si uniscono. Very quickly».

«Washington da una parte, residenti dall’altra»

Il 2026 introduce però un’altra variabile. Le operazioni federali dell’U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE) e della U.S. Customs and Border Protection (CBP) in città, concepite come parte di un più ampio giro di vite sull’immigrazione, trasformano nuovamente le strade in un terreno di scontro.

Le immagini delle sparatorie a Minneapolis in cui rimangono uccisi Renée Good e Alex Pretti non restano confinate alla cronaca locale. Corrono sui telefoni, si ripetono nei notiziari, riempiono gli schermi delle case di tutto il mondo. Ogni nuovo frame alimenta rabbia e sospetto, trasformando le presenze in divisa in un possibile catalizzatore di paura anziché di protezione.

Romanucci punta il dito contro la gestione delle operazioni da parte delle forze dell’ordine. Parla di escalation, di uso della forza, di opacità nelle indagini. È il punto di vista di chi rappresenta le famiglie coinvolte, ovviamente, ma è anche lo sguardo di chi vede come il conflitto si sia spostato oltre la condotta dei singoli agenti. «Non è più solo la polizia locale o un singolo dipartimento ad essere sotto esame. Il nodo diventa il rapporto tra governo federale e territorio. Piani decisi a Washington da una parte, la quotidianità dei residenti dall’altra. In mezzo, un attrito tra poteri che diventa sempre più visibile».

«La paura delle istituzioni»

C’è una frase che riassume il cuore del ragionamento di Romanucci: «Quando le persone iniziano ad avere paura delle istituzioni che dovrebbero proteggerle, non è più solo un problema di ordine pubblico. È una questione costituzionale».

Non c’è teatralità nel tono del nostro interlocutore. Non parla di rottura immediata né di collasso del sistema. Parla di fiducia che si consuma poco alla volta. Succede lentamente, episodio dopo episodio. E quando la fiducia cala, ogni nuova decisione viene guardata con diffidenza.

«Non il risultato, ma il percorso»

Romanucci torna spesso su un punto che riguarda il modo stesso di intendere il suo lavoro. Ovvero sia: non sempre un caso si conclude con un dibattimento in aula. Anche nel procedimento civile per la morte di George Floyd non si è arrivati al processo vero e proprio: la causa si è chiusa con un accordo. Eppure, sostiene, ciò che conta non è solo l’esito formale. «Il punto non è soltanto il risultato. È il percorso che porta fin lì».

Dietro quell’accordo si celavano esperti, simulazioni di processo, analisi dell’opinione pubblica, riunioni e pianificazioni. Una macchina che si muoveva mentre fuori la città era attraversata da proteste e richieste di cambiamento e in un momento in cui il fascicolo giudiziario era solo una parte della storia. «Minneapolis è diventata un luogo in cui la giurisprudenza si muove sotto una pressione continua. In cui il processo non coincide solo con un calendario d’udienza. È un movimento più ampio, che intreccia regole, consenso, conflitto», spiega.

È così, anche, che Romanucci concepisce la professione legale: un esercizio quotidiano dentro la legge, più che una battaglia ideologica. Ecco perché, a chi gli suggerisce di candidarsi, sorride e risponde: «Non saprei cosa fare senza questo lavoro».

Il suo campo resta l’aula. Crede ancora nel sistema giuridico americano, dice. Ma crede anche che funzioni solo se sottoposto a controllo, a trasparenza, a responsabilità.

E forse è proprio questa la chiave del suo sguardo su Minneapolis: non vede una città perduta, ma uno spazio in cui si misura la tenuta delle regole. Dove non si tratta solo di stabilire chi ha sparato o chi ha sbagliato.

In gioco c’è qualcosa di più ampio: la tenuta di una democrazia quando la protezione viene percepita come minaccia.

Il processo, dentro e fuori le aule, è ancora aperto.

*NOTA AL LETTORE

Abbiamo scelto di raccontare Minneapolis perché, negli ultimi anni, la città è diventata un luogo in cui la parola “processo” ha assunto un significato che va oltre l’aula di tribunale. I casi che l’hanno attraversata – George Floyd, Amir Locke, Renée Good, Alex Pretti – non sono stati soltanto procedimenti giudiziari, ma passaggi attraverso cui istituzioni, forze dell’ordine e cittadini sono stati costretti a ridefinire il proprio rapporto. Nelle parole di Antonio Romanucci emerge proprio questa dimensione: il processo non coincide solo con la data di un’udienza, ma con un percorso in cui decisioni, reazioni pubbliche e scelte politiche producono cambiamenti concreti. In questo caso, a cambiare è stata anche la direzione della paura: non più soltanto quella dello Stato verso il disordine, ma quella dei cittadini verso le istituzioni chiamate a proteggerli. Per questo Minneapolis ci è sembrata esemplificativa: non solo per ciò che è accaduto, ma per il modo in cui è accaduto.

michela.cannovale@lcpublishinggroup.com

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