Se 16mila avvocati producono la metà dei redditi della categoria

di nicola di molfetta

L’aritmetica forense fino a oggi si è limitata a una dialettica costretta tra addizioni e sottrazioni. Avvocati che aumentano. Redditi che decrescono. Avvocati che diminuiscono. E redditi che continuano a calare. Tutto in un vortice di cifre e percentuali che più che chiarire le idee alla categoria, sembra avere avuto l’effetto di confonderle producendo un immobilismo potenzialmente letale non tanto per il settore, quanto per quella fetta della popolazione legale che si è chiusa a riccio rispetto alle istanze di cambiamento che società ed economia hanno imposto al sistema-Paese.

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L’ultimo Rapporto Censis sullo stato dell’Avvocatura italiana nel 2022 e gli ultimi dati economici riguardanti la categoria pubblicati dalla Cassa Nazionale Forense, hanno dipinto un quadro già conosciuto. La nota aggiuntiva alla descrizione dello stato di crisi del comparto è stata il primo calo del numero degli iscritti all’ente (-1,3%) che fa il paio con il -2,07% registrato pochi giorni prima dalle statistiche sull’Albo nazionale avvocati.

In Italia, gli avvocati iscritti alla Cassa sono 241.830. E non se la passano molto bene. Il reddito medio annuo, pari a 37.785 euro, è sceso sotto il livello del 1996 (38.336 euro) e si è ridotto del 26,4% rispetto al “picco” del 2007, quando mediamente nelle tasche di un avvocato italiano entravano 51.314 euro.
Circa 140mila dei 241.830 iscritti alla Cassa di previdenza di categoria non raggiungono la soglia dei 30mila euro di reddito annui. Meno di 16mila avvocati, il 6,5%, si colloca sopra i 100mila euro di reddito e, di fatto, producono circa la metà del monte redditi dell’intera categoria.

Uno su tre, fra gli avvocati del nostro Paese, è pronto a prendere in considerazione la possibilità di mollare. Lasciare la professione. Dedicarsi ad altro. Sono 8mila i professionisti che lo hanno già fatto nel corso del 2021 (6mila di questi sono donne), anche per via dell’apertura di nuovi spazi occupazionali nella pubblica amministrazione (si pensi ai copiosi inserimenti negli uffici del processo).
Come dar loro torto, verrebbe da dire. Eppure. Le risposte per tentare di invertire la rotta di questo declino ci sono. Basta leggere i risultati della parte, a nostro giudizio, più interessante del Rapporto del Censis: quella in cui gli analisti mettono sotto la lente le prospettive di crescita della professione e i fattori su cui puntare per intercettarle.

Sono tre, di fatto, gli elementi a cui si lega la possibilità di costruire il proprio futuro professionale.

Primo: non essere passivi rispetto alla domanda di servizi legali, bensì osservarla e magari anche anticiparla. L’avvocatura deve imparare a leggere il mercato e a proporsi come interlocutrice naturale per la soluzione di istanze tanto in ambito giudiziale quanto stragiudiziale. In particolare, questo secondo fronte è ancora poco frequentato dai legali italiani il cui fatturato dipende mediamente per più del 40% dal contenzioso civile e appena per il 17% dalla consulenza al di fuori del processo. 

Secondo: investire sulle specializzazioni. Qui si torna su un argomento che per quanto scontato possa apparire si rivela in realtà ancora divisivo all’interno della categoria. Addirittura c’è una parte consistente dell’avvocatura che vede la figura dell’avvocato specializzato come antitetica rispetto a quella dell’avvocato di fiducia. L’avvocato di fiducia non deve essere necessariamente un medico generico con la presunzione di bastare da solo al suo cliente. Bensì può essere benissimo uno specialista capace di indirizzare il proprio assistito ad altri colleghi quando i problemi che lo hanno condotto da lui richiedano il ricorso a diverse competenze. La complessità dello scenario normativo e regolamentare, associata alla necessità dei clienti di essere affiancati in tempi rapidi, in modo efficace e a costi accettabili, rendono imprescindibile l’aggregazione di differenti professionalità ovvero la collaborazione tra esse. 

E questo ci porta al terzo elemento che il Rapporto Censis mette in evidenza: l’opportunità di agire in forma organizzata. Nessuno si salva da solo. Sicuramente non gli avvocati che, in questo contesto di mercato, non possono più pensare di bastare a sé stessi all’interno dell’attuale (e soprattutto del futuro) scenario competitivo. Concepire in modo organizzato la propria attività significa decidere finalmente di operare in team all’interno di un network, o di un’associazione professionale o, ancora, nell’ambito di una delle tante forme societarie che l’ordinamento ha messo a disposizione della categoria. E con questo nuovo assetto, rinnovare il patto di fiducia con il cliente e blindare la propria presenza sul mercato diventando un interlocutore utile.

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