Posso dirlo al lavoro?
Tra i principi raccolti nella Carta dei diritti per le persone con fragilità e i caregiver in azienda, realizzata nell’ambito del progetto Raffaello promosso da Lexellent e Your Business Partner, uno mi ha colpita più degli altri: il diritto a “non avere paura del rifiuto a causa della propria condizione”, che si tratti di una malattia, di una disabilità o di un’altra forma di fragilità fisica o psicologica, temporanea o permanente.
Di quale paura parliamo esattamente? Di quella che può emergere nel momento in cui una persona rende visibile sul lavoro una propria fragilità o una responsabilità di cura e chiede all’organizzazione di tenerne conto. Posso dire che ho bisogno di lavorare da casa per un periodo? Posso chiedere una pausa in più, un carico diverso, un rientro graduale? Posso raccontare che sto assistendo un familiare e che, almeno per qualche mese, la mia disponibilità non sarà la stessa? Oppure, da quel momento, verrò considerata meno affidabile, meno ambiziosa, meno adatta a un incarico importante?
Nessuna policy può rispondere da sola a queste domande. Un’azienda può prevedere permessi e flessibilità ragionevoli e continuare, nei fatti, a trasmettere l’idea che utilizzarli abbia un costo professionale. A volte però basta una battuta, una riunione importante fissata sistematicamente a fine giornata, un responsabile che accoglie una richiesta con apparente disponibilità, ma da quel momento smette di coinvolgere quella persona nei progetti più rilevanti. È così che molti diritti diventano solo teoricamente disponibili e, nei fatti, impraticabili.
La paura del rifiuto, del resto, non nasce necessariamente da un rifiuto già ricevuto. Si alimenta osservando ciò che succede agli altri e ascoltando il linguaggio utilizzato in ufficio. Se chi non è sempre disponibile viene considerato poco coinvolto, se una malattia diventa un elemento identitario, se il caregiver è quello che “ha sempre un problema”, le persone imparano presto che tacere può sembrare la scelta più prudente.
Ammetto, in realtà, di nutrire qualche esitazione davanti all’espressione “diritto a non avere paura”, visto che la paura è un sentimento e non si elimina per decreto. È vero, d’altronde, che si possono creare le condizioni perché quella paura diminuisca: verificando, per esempio, come vengono assegnati incarichi. O formando chi gestisce le persone. O, ancora, costruendo canali di ascolto credibili.
Nel nuovo episodio di Diverso sarà lei torno a parlarne con Giulietta Bergamaschi, avvocata giuslavorista e managing partner di Lexellent. Buon ascolto!
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