Luisa, fammi il pieno. Storia semiseria di una praticante e del suo dominus

di michela cannovale

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Luisa aveva ventisei anni, una laurea in giurisprudenza in Statale e un tesserino da praticante già stropicciato dopo pochi mesi. Lo studio dell’avvocato “Brambilla” (è un nome di fantasia, un nome a caso, visto che immaginiamo la scena a Milano, ndr) stava in zona Porta Venezia, secondo piano di un palazzo elegante con portineria e parquet che scricchiolava.

Per tutti lei era “la praticante”. Mai “collega”.

«Luisa, scendi a prendere i caffè».

«Luisa, vai in cancelleria».

«Luisa, chiama il cliente e digli che l’avvocato è trattenuto in udienza».

Il Brambilla girava con una BMW grigia, mocassini Tod’s e quella sicurezza tipica di certi avvocati milanesi convinti che lavorare quindici ore al giorno sia una virtù morale.

«Io alla tua età uscivo dal tribunale alle nove di sera! Adesso volete tutti l’equilibrio vita-lavoro».

All’inizio Luisa pensava fosse normale. Anche gli altri praticanti raccontavano storie simili davanti allo spritz sui Navigli: notti sugli atti, udienze regalate al dominus, rimborsi mai arrivati.

Poi arrivò la benzina.

Una mattina il Brambilla le lasciò le chiavi della macchina accanto al computer. «Già che passi da Palazzo di Giustizia, fammi il pieno».

Da quel giorno diventò routine. Benzina in viale Regina Margherita, camicie da ritirare in Montenapoleone, bottiglie di vino per i clienti “importanti”. E poi Rocco, il golden retriver del dominus: dal veterinario, dal toelettatore, fuori a fare i bisogni quando il Brambilla si intratteneva coi clienti.

Nello studio, il confine tra formazione e disponibilità personale era ormai sempre più sfumato. Qualsiasi richiesta extra veniva assorbita dentro quella parola vaga che tutti usavano: gavetta.

Ma Luisa vedeva altro: atti scritti da lei e firmati da lui, ore infinite, nessun insegnamento vero.

Un venerdì sera uscirono dallo studio che pioveva forte, quella pioggia grigia tipica di Milano a novembre. Il Brambilla infilò il cappotto. «Domani mattina fammi il pieno che devo andare a Courma».

Luisa restò zitta qualche secondo. Poi appoggiò le chiavi sulla scrivania. «Avvocato, io sono una praticante. Non il suo rider personale».

Lui sorrise appena, con un’espressione che mescolava sarcasmo e irritazione. Disse solo: «Questo mestiere non fa per tutti».

*Questa è una storia inventata, ma non così lontana dalla realtà di molti praticanti avvocati alle prese con il rapporto con il proprio dominus. Prende spunto anche dai racconti di Giampiero Falasca, avvocato giuslavorista e partner di DLA Piper, che nel suo nuovo libro “Sfaticati” ripercorre esperienze vissute in prima persona dai giovani di oggi (e di ieri) e prova a restituire un ritratto più onesto di una generazione spesso fraintesa. Ne parlo con lui in questa puntata di Diverso sarà lei. Buon ascolto!

michela.cannovale@lcpublishinggroup.com

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