Emendamento sulla consulenza legale interna: AIGI esulta, ma il ritardo resta
C’è un passaggio, nelle dinamiche legislative, che spesso sfugge al racconto pubblico: quando una norma non introduce qualcosa di nuovo, ma evita che qualcosa di essenziale venga meno. È quanto accade con l’emendamento approvato in Commissione Giustizia alla Camera sulla consulenza legale stragiudiziale svolta dai giuristi d’impresa, accolto con favore da Aigi (Associazione italiana giuristi d’impresa) e dal suo presidente Giorgio Martellino.
Parliamo, in concreto, di tutta quell’attività legale che non passa dai tribunali ma accompagna la vita quotidiana delle aziende: contratti, pareri, compliance, gestione dei rischi. L’emendamento ribadisce un principio semplice: queste funzioni possono essere svolte anche da giuristi che lavorano stabilmente all’interno delle imprese, senza dover ricorrere necessariamente a un avvocato esterno.
La rettifica approvata alla Camera non introduce novità, ma ripristina una previsione già contenuta nella legge n. 247/2012, inizialmente esclusa dalla riforma dell’ordinamento forense.
Insomma, non siamo di fronte a un passo avanti, ma a un intervento che evita un passo indietro.
Come ha sottolineato Giorgio Martellino in una nota diffusa da Aigi, si tratta di “un risultato importante in termini di chiarezza normativa e stabilità del sistema”. È vero. Ma proprio questa necessità di “mettere in sicurezza” ciò che esiste già, ci dice molto: il riconoscimento del giurista d’impresa, nel nostro ordinamento, non è ancora strutturale.
Eppure, nelle aziende, la funzione legale non è più da tempo un semplice supporto. Al contrario, è un presidio strategico che copre compliance, governance, gestione dei rischi, sostenibilità, cybersecurity e intelligenza artificiale (e non me ne vogliano i detrattori della parola “strategia”, ormai inflazionata nel lessico del business, ma resta difficile trovarne un’altra che descriva davvero chi tiene insieme tutto questo).
L’emendamento, a ben vedere, non fa altro che confermare un fenomeno noto: le imprese si sono evolute più velocemente delle regole che dovrebbero disciplinarle. È una realtà che Aigi rivendica da anni e che il mercato ha di fatto metabolizzato, tant’è che le grandi aziende hanno già integrato stabilmente la funzione legale nei propri processi decisionali e nei sistemi di gestione del rischio.
Se proprio si vuole individuare un aspetto positivo, nell’intervento approvato alla Camera, è che rappresenta una misura politicamente significativa, quantomeno per il consenso trasversale che lo ha accompagnato (come si legge nella nota, il sostegno è arrivato da esponenti di diversi schieramenti politici, tra cui: il vice ministro Francesco Paolo Sisto e gli onorevoli Marta Schifone, Pietro Pittalis, Ingrid Bisa, Ciro Maschio, Federico Gianassi, Debora Serracchiani, Michela Di Biase, Marco Lacarra, Rachele Scarpa, Davide Bellomo, Simonetta Matone, Jacopo Morrone, Valeria Sudano, Francesco Saverio Romano e Cristina Rossello). Come osserva Giorgio Martellino, è una “scelta di pragmatismo” che “dimostra peraltro come la tutela del giurista d’impresa sia un interesse comune”. Ma il pragmatismo, da solo, non basta più.
Il punto che segnerà davvero il salto di qualità è un altro: il riconoscimento del legal privilege, su cui Aigi ha già indicato una linea di lavoro.
Qui il ritardo italiano è evidente. Nei principali ordinamenti europei, la riservatezza delle comunicazioni tra giurista d’impresa e organizzazione è una garanzia acquisita. In Italia, resta un tema aperto.