Dentro l’ufficio legale di Lexroom
L’intelligenza artificiale sta cambiando il lavoro di avvocati e giuristi d’impresa. Ma come cambia il ruolo di chi deve governarla? Ne abbiamo parlato con Gea Condorelli, giurista della legal tech italiana che punta a crescere in Europa
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Prima sono arrivati gli annunci, poi le sperimentazioni, oggi le prime adozioni strutturate. Negli ultimi due anni, il dibattito sull’intelligenza artificiale ha attraversato il mercato legale come pochi altri temi. Sempre più studi professionali e dipartimenti aziendali la stanno sperimentando nelle attività quotidiane, dalla ricerca giurisprudenziale alla revisione documentale e alla predisposizione di una prima bozza di un atto o di un parere.
Se tanto mi dà tanto, oggi non ci si chiede più se l’AI troverà spazio nella professione, ma con quali garanzie verrà utilizzata. Come si costruisce una piattaforma di AI destinata ai professionisti del diritto? Chi garantisce che le risposte siano affidabili? Come si tutelano dati e riservatezza? E quale spazio continua ad avere la valutazione del professionista?
Sono le stesse domande che ci hanno portato a guardare da vicino Lexroom, realtà fondata a Milano nel 2023 da Paolo Fois, Martina Domenicali e Andrea Lonza, che in poco tempo è diventata una delle realtà italiane più osservate nel panorama legal tech. La piattaforma è progettata esclusivamente per professionisti del diritto con l’obiettivo di alleggerirli dalle attività più ripetitive senza sostituirne il giudizio. Tra chi l’ha già adottata figurano le squadre legali di: LCA, MDV Missaglia De Vellis, Withers, Gatti Pavesi Bianchi Ludovici, Italgas, Banca Mediolanum, Fastweb, Satispay, CRIF e WST.
La società ha chiuso lo scorso maggio un Series B da 50 milioni di dollari, dopo il round da 19 milioni raccolto meno di un anno fa (entrambi seguiti da una squadra di avvocati guidata da Matteo Colombari, partner di Giovannelli e Associati), e punta ora ad accelerare l’espansione nei principali mercati europei di civil law, a partire da Spagna e Germania.
Tra i tasselli che accompagnano la crescita di Lexroom c’è anche la costruzione della funzione giuridica, oggi affidata a Gea Condorelli, arrivata in azienda a inizio 2026 come prima legal counsel. Il suo compito non è soltanto costruire il dipartimento legale interno, ma accompagnare lo sviluppo di una tecnologia che vive all’incrocio tra innovazione, regolazione e responsabilità. Gea Condorelli è allo stesso tempo utilizzatrice dello strumento, garante della compliance e interlocutrice quotidiana del team prodotto. Un ruolo che le permette di osservare da vicino la trasformazione in corso nella professione legale, da entrambi i lati: quello di chi usa l’AI e quello di chi la costruisce. Ed è proprio questa prospettiva ad aver acceso l’interesse della redazione di MAG.
Nella vostra organizzazione c’è una figura che incuriosisce molto: il legal engineer. Partiamo da qui. Chi è il legal engineer?
È un professionista ibrido, con il titolo di avvocato nella giurisdizione di riferimento (o, per quanto riguarda i più junior, una laurea in giurisprudenza), che si muove tra diritto e sviluppo software. Il suo compito non è fare consulenza legale in senso stretto, ma tradurre la complessità normativa in logiche di prodotto, contribuire al prompt engineering, validare gli output dell’intelligenza artificiale e individuare le questioni che richiedono il coinvolgimento del team legale.
Perché avete scelto di collocare questa figura nel team prodotto e non in quello legale?
Perché il suo ruolo è fare da ponte tra tecnologia e diritto. Lavora con gli sviluppatori, ma deve conoscere profondamente il ragionamento giuridico. Per questo è fondamentale che abbia una formazione legale: solo così può aiutare il prodotto a restituire risposte coerenti con il metodo dell’avvocato.
Che impatto ha questo sull’organizzazione dell’ufficio legale?
Costruire il dipartimento legale di una società che sviluppa AI significa lavorare in stretta sinergia con il team prodotto. Oggi stiamo strutturando la funzione legale con il supporto di consulenti esterni e attraverso un confronto continuo con chi sviluppa la piattaforma. È un modello diverso da quello di molte aziende tradizionali, perché diritto e tecnologia dialogano ogni giorno.
Chi guida il legal di una società che sviluppa AI per avvocati finisce inevitabilmente per essere anche uno dei primi tester del prodotto. È così?
Assolutamente sì. Utilizzo Lexroom ogni giorno per la ricerca giuridica, la revisione dei contratti e la redazione di legal opinion. Questo mi consente di testarne direttamente le funzionalità e di confrontarmi con gli altri team sui possibili miglioramenti. Allo stesso tempo, il mio ruolo è garantire che l’evoluzione del prodotto sia coerente con il quadro normativo e con gli impegni assunti nei confronti di clienti e utenti. Conoscere la piattaforma dall’interno rende anche la supervisione legale più efficace.
Negli ultimi mesi si è parlato molto di allucinazioni dell’intelligenza artificiale. Quanto pesa questo tema quando si sviluppa una piattaforma destinata agli avvocati?
A questo proposito abbiamo individuato tre principi irrinunciabili. Il primo è l’ancoraggio alle fonti: Lexroom utilizza un sistema di retrieval augmented generation per cui ogni risposta viene costruita a partire da fonti ufficiali e verificabili, riducendo drasticamente il rischio di allucinazioni. Il secondo è la massima tutela dei dati dei clienti, che non vengono mai usati per addestrare i modelli. Il terzo è l’approccio human in the loop: il nostro prodotto è concepito per potenziare le capacità dell’avvocato, non per sostituirlo. La validazione finale dell’output resta sempre una responsabilità del professionista, come previsto dal quadro normativo europeo e, per gli avvocati, dalla legge professionale e dal codice deontologico.
Avete appena chiuso un Series B da 50 milioni di dollari e state accelerando l’espansione europea. Dal punto di vista legale, quali sono le principali sfide?
Le società in Spagna e Germania sono già operative e stiamo lavorando al loro sviluppo, valutando anche altri mercati. Espandersi nei Paesi di civil law richiede però una sensibilità particolare. La matrice giuridica può essere comune, ma il modo di interpretare il diritto e le prassi operative cambiano da ordinamento a ordinamento.
Che cosa significa, concretamente, adattare una piattaforma di AI a un nuovo ordinamento?
La sfida è integrare le fonti locali e costruire una piattaforma davvero aderente al contesto nazionale. La tecnologia, da sola, non basta: bisogna conoscere il modo di lavorare dei professionisti e le specificità di ogni ordinamento. Per la costruzione dei moduli collaboriamo quindi con studi legali qualificati (vedi tabella, ndr).
Lavorando a stretto contatto con gli studi legali avete anche un osservatorio privilegiato sul mercato. A che punto è davvero l’adozione dell’AI?
Il divario tra entusiasmo e adozione si sta riducendo rapidamente. Siamo passati dalla fase del fervore mediatico a quella della riflessione strategica. Le resistenze che incontriamo non derivano tanto da una diffidenza verso l’innovazione, quanto dalla necessità di integrare questi strumenti in modelli di business consolidati.
Che cosa stanno facendo gli studi più avanzati?
Stanno già inserendo l’intelligenza artificiale nei processi interni e, in alcuni casi, hanno creato comitati dedicati alla valutazione delle tecnologie da adottare. È un segnale importante: non si tratta più di provare una piattaforma perché è nuova, ma di capire come integrarla in modo strutturale nell’organizzazione.
E per i giuristi d’impresa? Che cosa cambia per loro quando entra in gioco l’AI?
L’AI sta cambiando il modo in cui i team legali accedono alle informazioni, che sono il punto di partenza di ogni decisione strategica. Attività come l’analisi del rischio su grandi volumi documentali o il monitoraggio dell’evoluzione normativa richiedevano un investimento enorme di tempo e risorse. Oggi l’AI offre una visione molto più immediata e puntuale, consentendo ai giuristi di anticipare i rischi e dedicare più tempo alla consulenza strategica.
Lo sta sperimentando anche nel suo lavoro quotidiano?
Certo. Nel mio caso significa poter seguire una startup in fortissima evoluzione con una struttura legale ancora snella, supportata da consulenti esterni. Non vuol dire che una persona possa sostituire un intero team, ma che può lavorare molto più velocemente sulle attività ripetitive e concentrarsi sulle decisioni a maggior valore aggiunto.

Se questo è il presente, come immagina il ruolo del general counsel nei prossimi tre-cinque anni?
Credo che la competenza più importante sarà la capacità di muoversi con agilità in un contesto regolatorio sempre più digitale. Non sarà necessario diventare ingegneri, ma sarà fondamentale comprendere come funzionano algoritmi e dati per tradurre i requisiti normativi in modelli di compliance by design e accompagnare il business nelle sue scelte.
La sfida, quindi, non sarà solo tecnologica.
Esatto. Certo, sarà importantissimo saper dialogare con il mondo tecnologico. Ma la vera sfida sarà accompagnare le persone nel cambiamento. L’AI non modifica soltanto gli strumenti: cambia il modo di lavorare delle organizzazioni. E credo che il general counsel sarà chiamato sempre più spesso a governare anche questa trasformazione.
Questa trasformazione riguarda anche chi sviluppa la tecnologia, non solo chi la governa. Negli ultimi due anni il mercato dell’AI legale si è popolato di nuovi operatori: è ancora una fase di crescita o è già tempo di consolidamento?
Credo che siamo già entrati in una fase di selezione naturale. L’effetto novità si è esaurito e oggi conta la capacità di costruire prodotti solidi. Molte realtà sono nate sull’onda dell’entusiasmo, ma senza una base tecnologica sufficientemente robusta o una vera specializzazione. È fisiologico che, con il tempo, lascino spazio agli operatori più strutturati.
Molti dei grandi investimenti nell’AI arrivano dagli Stati Uniti. Qual è oggi il valore aggiunto di una legal tech europea?
È la capacità di comprendere il contesto giuridico europeo. Il diritto è profondamente legato alla storia, alla lingua e alla cultura di ogni Paese. I grandi player americani hanno modelli potenti, ma una piattaforma europea può costruire un vantaggio competitivo proprio sulla conoscenza dei sistemi di civil law e delle esigenze dei professionisti che vi operano.
Molti sostengono che la regolazione europea […]
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