CS Gender 3000: cda, un consigliere su cinque è donna

La rappresentanza femminile nei consigli di amministrazione a livello globale è raddoppiata negli ultimi dieci anni. La percentuale di donne nei cda su scala globale è attualmente pari al 20,6%: una quota quasi doppia rispetto all’inizio del decennio e del 15,3% superiore al dato rilevato nel nostro ultimo rapporto del 2016.

È quanto emerge dal terzo rapporto del Credit Suisse Research Institute (CSRI) CS Gender 3000, ‘The CS Gender 3000 in 2019: The changing face of companies’ che analizza il mix di genere in posizioni esecutive di oltre 3mila aziende in 56 Paesi e 30mila posizioni dirigenziali.

Il quadro delineato è geograficamente disomogeneo: il Giappone si colloca ad esempio in fondo alla classifica, con appena il 5,7% di donne nei cda, ma più vicino al 29,7% dell’Europa. In Europa sono stati compiuti i maggiori sforzi a livello governativo per migliorare la situazione della diversità di genere nei consigli. Tra i Paesi con la maggiore rappresentanza di donne figurano quelli in cui si implementano quote rosa o target meno formali, come la Norvegia, la Francia, la Svezia e l’Italia.

«Il trend tra le aziende italiane è positivo. Ogni anno a partire dal 2015, abbiamo visto un aumento della percentuale di donne nei consigli di amministrazione, che ora si attesta al 33.1%, rispetto a una media del 20,6%, mettendo l’Italia tra le prime 5 a livello globale», commenta Giorgio Vio, alla guida del Private Banking di Credit Suisse in Italia.

I più elevati incrementi proporzionali negli ultimi cinque anni (tra il 9,4 e il 12,8%) sono stati invece osservati in Malesia, Francia, Australia, Germania e Austria.

In Nord America sono stati osservati i progressi più significativi in assenza di pressione normativa, con una rappresentanza femminile nei board aziendali passata dal 17,3% nel 2015 a quasi il 24,7% attuale. Questo chiaro miglioramento tendenziale non si riflette tuttavia nei dati del Sud America, dove la quota femminile nelle posizioni dirigenziali è aumentata solo gradualmente verso un 7,8%.

Nella regione Asia Pacific (Giappone escluso) il miglioramento è stato più lento, anche se il quadro si presenta alquanto disomogeneo tra i Paesi, con quote che variano tra il 3% e il 30%. Sebbene la rappresentanza femminile dei cda giapponesi, in termini assoluti, sia tutt’altro che soddisfacente (soprattutto in considerazione delle riforme e della dichiarata politica di “Womenomics”), dobbiamo ricordare che all’inizio di questo decennio era inferiore all’1%; perciò il miglioramento è stato considerevole.

Le donne nel management

La quota di donne nelle posizioni manageriali dal rilevamento del 2016 è aumentata dal 14% al 17%. Sul piano geografico, gli Stati Uniti (21%) e la regione APAC (19%) evidenziano un maggiore equilibrio di genere rispetto a quanto riscontrato in Europa (17%). Una situazione quasi paradossale, data l’enfasi posta sulle quote rosa nei cda in molti Paesi europei. USA e APAC hanno visto aumentare la presenza femminile nel management in modo più organico.

«Quando guardiamo alle donne che hanno posizioni senior nei vertici aziendali, l’Italia registra un 16% rispetto al 17,2%. In ogni caso la metodologia mostra che l’Italia ha la proporzione più alta di donne amministratori delegati di società all’interno del campione individuato», aggiunge Vio.

Tuttavia, l’effetto spillover di questo trend verso posizioni dirigenziali senior è stato limitato. Appena il 5% delle aziende esaminate nel CS Gender 3000 ha ceo donne e meno del 15% cfo donne. Le posizioni occupate dalle donne sono ancora escluse dai vertici operativi e decisionali. Un terzo di tutte le funzioni shared services è assunto da donne. Gli uomini occupano l’80% delle posizioni di responsabilità nel settore informatico.

I contrasti lungo la linea gerarchica sono meno marcati nella regione Asia Pacific che altrove. Qui si concentra la quota più elevata di ceo (5,6%) e cfo (18,9%) donne. I dati per Europa e Nord America sono invece, rispettivamente, 4,1% e 4,5% per le ceo e 13,3% e 13,6% per le cfo. Il Giappone non ha nemmeno una ceo nelle 175 aziende che rientrano nel nostro universo di 3100 aziende.

La quota di donne in posizioni manageriali aumenta in linea con la crescita della presenza femminile nei cda, indicando che in presenza di una maggiore diversità nei consigli di amministrazione vi è anche un migliore equilibrio di genere negli incarichi direttivi. Con un livello di rappresentanza femminile del 50% nei cda si riscontra una quota di donne nel management di quasi il 30%. Nonostante l’implementazione di quote rosa e di politiche correlate, la rappresentanza femminile nei cda dei Paesi europei non si riflette in un’eccezionale quota femminile a livello di management, se paragonata ad esempio a Paesi della regione Asia Pacific, come dimostrano i dati su ceo e cfo, e anche negli Stati Uniti.

Performance aziendale

I trend di diversity sono significativi per gli azionisti. Pur non potendo confermare un rapporto di causa-effetto, c’è una forte correlazione tra diversità nei cda e performance aziendali, insieme a livelli più elevati di redditività quando le aziende sono valutate su base comparativa. Esaminando i parametri finanziari della redditività delle aziende è stato rilevato che le aziende con un maggiore equilibrio tra i generi sono in una posizione di superiorità. Dopo la rettifica per settori, il rapporto evidenzia un differenziale dei margini EBITDA pari a 229 punti base tra le società più diversificate e quelle con un minore equilibrio di genere. I rendimenti di cash flow degli investimenti sono superiori del 2,04% ed evidenziano una minore volatilità nel tempo per le società che hanno una maggiore percentuale di senior manager donne.

Diversità di genere e aziende di famiglia

Le aziende di famiglia tendono in genere a sovraperformare le altre in termini di rendimenti finanziari e performance azionarie. Le aziende che tendono a esprimere le performance migliori sembrano tuttavia avere una consistente presenza femminile a livello dirigenziale. I loro margini EBITDA sono tendenzialmente più elevati, la loro dipendenza dal debito tende a essere inferiore, mentre i loro rendimenti di cash flow negli ultimi dieci anni sono stati in media maggiori di oltre 400 punti base. Un’indagine condotta tra 120 aziende a conduzione familiare evidenzia inoltre una correlazione tra quote superiori di donne in posizioni dirigenziali e maggiore centralità di sostenibilità e obiettivi di sviluppo sostenibile.

Divario di genere
Tra le politiche da affrontare per migliorare mobilità e flessibilità, vi è la questione del divario di retribuzione tra i generi. È interessante notare che tra le aziende analizzate nello studio Gender 3000 emerge che il divario di retribuzione è più alto quando l’equilibrio di genere è inferiore.

 

 

 

CS Gender 3000: cda, un consigliere su cinque è donna

Gennaro Di Vittorio

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