Avvocati in fuga… dalla provincia o da un archetipo professionale?

di nicola di molfetta

«Caro direttore, perché non scrive un bell’articolo su come mai, in provincia, non si trovino più avvocati?». Il messaggio è arrivato qualche settimana fa. E devo dire mi ha lasciato perplesso. Possibile che questa cosa sia vera, con tutti gli avvocati che abbiamo in Italia, isole comprese, come diceva la tivù negli anni Ottanta? 

Allora ho scavato un po’ e il mio interlocutore mi ha chiarito che si riferiva ai giovani avvocati. Già messa così, la questione sembrava stare più in piedi. Ma non mi era ancora chiara quale fosse la motivazione del lettore sfastidiato. Cosa aveva scatenato quel suo sfogo epistolare? 

Ho scavato ancora e qui è venuto fuori che sul territorio si fa fatica a trattenere quei laureati in Giurisprudenza che, con i loro bei voti e quelle che Dickens avrebbe definito “grandi speranze”, alla fine guardano alla professione come a un lavoro “ordinario” e, semplicemente, cercano di collocarsi laddove ci sia un’organizzazione che oltre a formarli come giuristi, si occupi anche di assicurare loro una serie di tutele e benefici che rendano la professione non solo una “missione” ma anche un’attività normale, capace di garantire prospettive di crescita, un reddito adeguato e una base di diritti (ferie, maternità, malattia ecc.) che non sempre le care vecchie botteghe legali di provincia (ma, vi assicuro, anche di città) si preoccupano di assicurare.

«Ai miei tempi, certe pretese ce le potevamo solo sognare», dicono in tanti. E nessuno lo mette in dubbio. Fatto sta che quei tempi sono belli che andati. E oggi, che gli avvocati non scarseggiano ma se hanno certe qualità possono persino permettersi di scegliere, riuscire ad attirare i cosiddetti talenti è qualcosa che impegna e richiede uno sforzo notevole da parte di qualunque tipo di studio: sia esso la boutique di provincia o il grande studio para-aziendale di città. Negli Stati Uniti la chiamano “la guerra dei talenti”. Il termine può apparire un po’ sopra le righe in tempi di guerre vere, ma il concetto credo sia chiaro a tutti.

«Ma quando i giovani finiscono in quelle strutture con gli zainetti col logo e le borracce alla Greta Thunberg, poi rischiano di restare privi di clientela propria e specializzarsi troppo, al punto da non essere più in grado di mettersi in proprio». Questo passaggio dello scambio digital-epistolare ha sollevato due questioni fondamentali. Davvero si pensa che i giovani avvocati si facciano ammaliare dai gadget di studio? Io credo proprio di no. Concordo invece con quanto sostengono Fulvio Gianaria e Alberto Mittone nel loro L’avvocato nel futuro dato da poco alle stampe per le Vele di Einaudi, quando dicono che “I giovano percepiscono che la centralità del mestiere non abiterà più il tradizionale studio” e che questi “giovani preparati” cercano “un modo nuovo di lavorare tentando di scorgere gli scenari futuri”.

Opportunità e diritti sono i magneti che nutrono l’attrattività degli studi legali a cui le nuove generazioni di giuristi aspirano. Poco c’entra la collocazione geografica delle strutture o il carosello di accessori che sono in grado di sventolare sotto il naso delle nuove leve. L’idea di far parte di un’organizzazione orientata al domani, una struttura che non dipenda dalle sorti di uno o pochi soci, una realtà con fondamenta istituzionali: è questo a mio parere quello che sempre più giovani ricercano nel momento in cui devono scegliere dove muovere i passi del loro cammino professionale. 

I nuovi avvocati sanno che il mercato non sarà più degli studi individuali e che negli studi associati non tutti potranno essere soci. Allora hanno bisogno di inserirsi in strutture dove oltre alla massima qualità professionale sia di casa anche un modello gestionale competitivo, una governance trasparente, una capacità di esecuzione tecnologicamente supportata e dove l’attenzione alle persone sia alta almeno quanto quella ai profitti.

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