Aigi: imprese italiane meno competitive senza legal privilege per i giuristi

Al Forum nazionale alla Camera, l’associazione ha rilanciato la richiesta di estendere il legal privilege agli in house. Al centro il divario tra le responsabilità delle direzioni legali e le tutele ancora mancanti. Inhousecommunity ha seguito i lavori

di michela cannovale

Il riconoscimento del giurista d’impresa nella riforma forense ha segnato un passaggio atteso da anni. La partita, però, non è chiusa. Resta la distanza dagli ordinamenti che proteggono le comunicazioni tra general counsel e vertici aziendali, garantendo una riservatezza analoga a quella riconosciuta al rapporto con l’avvocato esterno.

È il tema attorno a cui si è concentrata la parte più significativa del Forum nazionale ‘Legalità, trasparenza, efficienza’, organizzato da Aigi il 16 settembre alla Camera dei deputati e seguito da Inhousecommunity. Una questione che va oltre il riconoscimento formale della categoria. Negli ultimi anni il perimetro delle direzioni legali si è allargato: il giurista partecipa alle decisioni aziendali, governa rischi sempre più complessi e interviene nella progettazione dei processi. A questo aumento delle responsabilità, tuttavia, in Italia non ha fatto seguito un adeguamento delle garanzie.

Ad aprire i lavori sono stati il ministro della Giustizia Carlo Nordio e Carolina Varchi, segretaria di presidenza della Camera. Nordio ha richiamato i progressi compiuti nella riduzione dei tempi dei processi e il costo che l’inefficienza della giustizia continua ad avere sugli investimenti. Varchi ha sottolineato che legalità, trasparenza ed efficienza non sono un peso per le imprese, ma fattori di competitività.

Per il presidente di Aigi Giorgio Martellino, che ha moderato la discussione insieme alla responsabile pari opportunità dell’associazione, Florinda Scicolone, il riconoscimento ottenuto con la riforma forense è un punto di partenza. Il passaggio successivo riguarda la possibilità, per l’in house, di lavorare senza trasformare i pareri e gli scambi con il management in un elemento di esposizione per l’azienda.

Il legal privilege diventa un tema di competitività

In assenza di una protezione specifica, documenti e comunicazioni scambiati tra la direzione legale e i vertici possono essere acquisiti dalle autorità. Il problema non riguarda soltanto la posizione professionale del giurista. Incide sul modo in cui l’impresa può analizzare i propri rischi, far emergere eventuali criticità e correggere le condotte prima che si aprano un procedimento o un contenzioso.

È qui che si crea il paradosso richiamato durante il forum. Alle funzioni legali viene chiesto di intervenire sempre più a monte, ma manca uno spazio protetto nel quale sottoporre al management valutazioni, dubbi e possibili violazioni. Giuseppe Catalano, head of corporate affairs & company secretary di Assicurazioni Generali e presidente emerito di Aigi, ha definito la legalità «un’infrastruttura di fiducia, competitività e resilienza». Senza legal privilege, ha avvertito, l’ufficio legale rischia invece di diventare il «ventre molle» dell’azienda, esposto proprio attraverso le comunicazioni con il ceo.

La questione acquista peso alla luce dei compiti affidati agli in house. Digitalizzazione e intelligenza artificiale richiedono nuove regole e responsabilità definite, mentre le crisi geopolitiche impongono di interpretare rapidamente sanzioni e restrizioni commerciali. Il giurista non verifica più una decisione già presa: contribuisce a costruirla.

Umberto Baldi, general counsel di Snam, ha collegato questo cambiamento al tema dell’efficienza. La semplificazione delle procedure e la digitalizzazione possono rendere le aziende più veloci, ma richiedono una funzione legale capace di fissare le regole e proteggere il valore dei dati. Se a queste responsabilità non corrispondono garanzie allineate a quelle disponibili in altri Paesi, il divario si trasferisce direttamente sulle imprese. Il legal privilege diventa così un fattore competitivo, non una rivendicazione di categoria.

La distanza dagli altri Paesi

Il confronto europeo rende più evidente l’anomalia italiana. La presidente di ECLA, Stephanie Fougou, ha ricordato che il legal privilege è riconosciuto, con formule diverse, in numerose giurisdizioni europee e in Paesi come Stati Uniti, Canada, Australia e Giappone. La Francia vi è arrivata di recente, dopo un dibattito durato trent’anni.

Questa disomogeneità produce conseguenze concrete. Quando un gruppo internazionale decide dove collocare la propria funzione legale, valuta anche il livello di protezione assicurato alle comunicazioni degli in house. Il confronto tra ordinamenti non si gioca quindi soltanto sul fisco, sul costo del lavoro o sulla qualità delle infrastrutture. Conta anche la possibilità di gestire in modo riservato il rischio legale.

Per Fougou, la tutela non serve a sottrarre l’impresa all’applicazione del diritto. Consente, al contrario, di individuare i problemi e intervenire prima che diventino illeciti. Il dato sulla crescita della professione offre la misura del cambiamento: tra il 2005 e il 2021 il numero dei giuristi d’impresa nel nostro Continente è aumentato del 165%. La domanda posta dalla presidente di ECLA è dunque quale ruolo l’Italia intenda assumere in Europa: guidare questa evoluzione oppure limitarsi a osservarla?

La protezione delle comunicazioni non modificherebbe il rapporto con il libero foro. Come ha sottolineato Domenica Lista, rappresentante di Aigi in ECLA, segretaria del cda e corporate bodies officer di Leonardo, giurista interno e avvocato esterno rimangono «due facce della stessa medaglia», con funzioni diverse e complementari.

La trasparenza retributiva come banco di prova

Il secondo panel del forum ha affrontato un dossier distinto: la trasparenza retributiva. Anche in questo caso, tuttavia, il ruolo della funzione legale non si esaurisce nella verifica formale degli adempimenti. Le imprese saranno chiamate a rendere comprensibili i criteri con cui determinano le retribuzioni e a dimostrare che mansioni di pari valore ricevono un trattamento coerente.

Margherita Bianchini, condirettrice generale di Assonime, ha richiamato alcuni cambiamenti per le aziende con almeno 50 dipendenti. Durante la selezione il datore non potrà chiedere al candidato quanto guadagnasse, evitando che una disparità si trasferisca da un’impresa all’altra. I lavoratori potranno ottenere informazioni sulle retribuzioni per mansioni di pari valore e l’azienda dovrà spiegare le eventuali differenze.

La trasparenza non coincide quindi con la pubblicazione indiscriminata degli stipendi. Richiede processi tracciabili e parametri oggettivi, costruiti attraverso il lavoro congiunto delle funzioni legali e delle risorse umane.

È su questo terreno che un obbligo normativo può avere effetti sull’organizzazione: criteri chiari rafforzano la fiducia dei dipendenti e l’attrattività del datore di lavoro; decisioni difficili da motivare aumentano il rischio di contestazioni e danni reputazionali.

L’esperienza illustrata da Stefano Bottaro, HR director di Avio, ha dato concretezza al tema. La società ha già ricevuto sei richieste di informazioni sulle retribuzioni relative a mansioni di pari valore. In un caso è stato individuato un divario compreso tra il 5 e il 6%, sul quale saranno adottate misure correttive. Il dato mostra come la trasparenza possa far emergere squilibri che i sistemi aziendali devono essere pronti a rilevare, spiegare e, quando necessario, correggere.

Per i giuristi d’impresa si apre così un ulteriore spazio di intervento, a fianco del team delle risorse umane. Il loro compito sarà partecipare alla definizione di regole destinate a produrre effetti legali, organizzativi e reputazionali.

Il legale in house è ormai parte dell’infrastruttura decisionale dell’azienda. Sul legal privilege, Aigi chiede tutele adeguate. Sulla trasparenza retributiva, la sfida sarà trasformare le nuove norme in criteri applicabili e verificabili. La qualità del presidio dipenderà da quando la funzione viene coinvolta e dagli strumenti di cui dispone.

michela.cannovale@lcpublishinggroup.com

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