L’AI ridisegna il lavoro legale: più efficienza, meno billable hour?

Una ricerca di Irnerius fotografa il livello di adozione dell’intelligenza artificiale negli studi legali e nei dipartimenti aziendali, analizzando gli effetti attesi su organizzazione del lavoro, modelli di business, occupazione e modelli di pricing

L’intelligenza artificiale è ormai entrata nella quotidianità delle professioni legali, ma la sua integrazione nei processi di lavoro è ancora lontana dall’essere pienamente strutturata. È questa una delle principali evidenze che emergono da una ricerca pubblicata da Irnerius, che analizza l’impatto dell’AI sul mercato legale italiano e internazionale, mettendo a confronto dati provenienti da studi recenti di Anthropic, Wolters Kluwer e Harvard University.

Secondo l’analisi, l’utilizzo degli strumenti di intelligenza artificiale si è intensificato nell’ultimo anno sia negli studi legali sia nei dipartimenti legali aziendali. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, l’AI viene impiegata per attività circoscritte (come la redazione di bozze, il riassunto di documenti o la revisione di testi) senza una reale riprogettazione dei processi organizzativi. Il divario tra il potenziale tecnologico e il suo utilizzo effettivo rimane quindi significativo.

La ricerca richiama in particolare il concetto di observed exposure elaborato da Anthropic, che distingue tra le attività che l’intelligenza artificiale potrebbe teoricamente svolgere e quelle per cui viene effettivamente utilizzata. Nel settore legale il potenziale di automazione risulta elevato, mentre il livello di adozione concreta resta ancora limitato, soprattutto a causa di fattori organizzativi e culturali più che tecnologici.

Anche il Future Ready Lawyer Survey 2026 di Wolters Kluwer evidenzia un’ampia diffusione degli strumenti di AI: il 92% dei professionisti legali dichiara di utilizzarne almeno uno e oltre sei professionisti su dieci stimano un risparmio di tempo compreso tra il 6% e il 20% ogni settimana. Parallelamente, cresce il dibattito sull’impatto dell’AI sui modelli di business del settore, con una parte significativa degli intervistati che ritiene destinato a ridursi il peso della tradizionale fatturazione a tempo (billable hour).

Sul fronte occupazionale, la ricerca invita invece alla cautela. I dati disponibili non mostrano, allo stato attuale, effetti significativi sull’occupazione complessiva dei professionisti legali. Emergono però alcuni segnali che riguardano soprattutto l’ingresso delle nuove generazioni nel mercato del lavoro. Studi recenti citati nell’analisi indicano infatti un rallentamento delle assunzioni di profili junior nelle organizzazioni che hanno adottato in modo più esteso l’intelligenza artificiale generativa, mentre la domanda di professionisti senior appare sostanzialmente stabile. Si tratterebbe quindi non tanto di una sostituzione dei professionisti già occupati, quanto di una revisione delle politiche di recruiting.

Un altro elemento evidenziato riguarda il possibile ampliamento del divario competitivo tra le grandi organizzazioni – studi internazionali e dipartimenti legali strutturati – e le realtà di dimensioni minori. L’investimento in tecnologia, formazione e revisione dei processi potrebbe infatti accentuare le differenze di produttività e capacità di innovazione tra operatori del mercato.

La conclusione dello studio è che l’intelligenza artificiale non stia semplicemente introducendo nuovi strumenti, ma stia progressivamente modificando le modalità con cui viene organizzato il lavoro legale. Il fattore distintivo, secondo gli autori, non sarà tanto l’adozione dell’AI in sé, quanto la capacità delle organizzazioni di ripensare i propri processi e i modelli operativi alla luce delle nuove possibilità offerte dalla tecnologia.

michela.cannovale@lcpublishinggroup.com

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