ACC: passaggio di testimone tra Richardson e Brown

L’associazione mondiale dei corporate counsel apre una nuova fase. A Philadelphia, MAG ha incontrato i due protagonisti del cambio ai vertici raccogliendo la loro lettura dell’evoluzione della professione e delle priorità per il futuro

di michela cannovale

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Dopo quattordici anni alla guida dell’Association of Corporate Counsel (Acc) – principale associazione mondiale di giuristi d’impresa, con quasi 50mila iscritti in oltre 100 Paesi, di cui 3.800 in Europa e 160 solo in Italia – Veta T. Richardson ha lasciato lo scorso novembre il ruolo di presidente e ceo, passando il testimone a Jason L. Brown, già general counsel di GE Appliances e membro di Acc fin dal 2003.

Il cambio ai vertici arriva in un momento in cui il ruolo del corporate counsel si sta consolidando come funzione centrale nei processi decisionali, con responsabilità e visibilità in crescita. Durante il suo mandato, Richardson ha guidato l’internazionalizzazione dell’associazione, rafforzandone la presenza nei primari mercati globali, Europa e Italia inclusi. Brown, da parte sua, eredita un’organizzazione più ampia e diversificata, con la sfida di accompagnare i giuristi d’impresa in una fase segnata da trasformazione tecnologica, nuovi rischi e aspettative crescenti.

A Philadelphia, in occasione dell’Acc Annual Meeting – l’ultimo per Richardson nel ruolo di presidente e ceo – MAG ha incontrato entrambi. Il confronto è servito a capire come è evoluta l’associazione negli ultimi anni e quali saranno le traiettorie del nuovo corso. Ma anche a leggere da vicino le dinamiche che stanno ridisegnando la professione del giurista d’impresa, con riflessi sempre più evidenti anche in Europa e in Italia.

La fase Richardson: Acc diventa globale

Quando Richardson ha assunto la guida dell’associazione, nel 2011, Acc era ancora una realtà essenzialmente statunitense. «Acc non era pronta a operare davvero su scala globale», ricorda oggi. La strategia elaborata in quegli anni è stata concreta: ripensamento dello staff con competenze internazionali, costruzione di una governance capace di includere prospettive non esclusivamente nordamericane, revisione del brand in chiave unitaria (“one Acc”) e una politica di espansione realizzata attraverso fusioni e integrazioni.

È così che Acc ha incorporato realtà come l’Australian Corporate Lawyers Association, il Corporate Counsel Middle East o quello di Hong Kong, mentre allargava la propria presenza in Asia, Medio Oriente, America Latina ed Europa. Parallelamente, l’associazione ha modernizzato i propri programmi formativi, introdotto iniziative sul benessere dei professionisti e investito nella tecnologia per migliorare servizi e ricerche dedicate ai giuristi d’impresa.

Sotto la leadership di Richardson, l’associazione ha raddoppiato i membri, ha esteso la presenza a più di 100 Paesi e ha consolidato un modello operativo che molti capitoli europei – Italia inclusa – considerano oggi una piattaforma essenziale per lo sviluppo professionale dei corporate counsel.

L’età del chief legal officer

A 14 anni dall’inizio del suo mandato, il passaggio di testimone con Brown coincide con una fase di forte centralità strategica per il giurista d’impresa. Rispetto al 2011, secondo Richardson, il ruolo del general counsel è cambiato soprattutto nella percezione interna alle aziende: «I legali in house sono ormai riconosciuti come creatori di valore». La loro funzione ha ampliato significativamente il perimetro di responsabilità: sempre più chief legal officer gestiscono compliance, risk management, people & culture, public policy o relazioni istituzionali. In alcuni contesti persino la sicurezza fisica, in risposta a un ambiente geopolitico più complesso.

La dinamica, spiega, ricorda quanto avvenuto nel 2008, quando la crisi finanziaria rese centrale la figura del chief financial officer. Allo stesso modo, oggi il contesto è dominato da rischi legislativi, regolatori, politici e reputazionali che chiamano direttamente in causa le competenze dei general counsel. «Stiamo vivendo l’età del chief legal officer», osserva, sottolineando che la stessa evoluzione riguarda da vicino anche i corporate counsel europei, sempre più coinvolti nella definizione delle strategie aziendali.

AI: tra opportunità e giudizio umano

Uno dei terreni più nuovi e sensibili dell’evoluzione professionale è l’intelligenza artificiale, fa notare ai due giuristi la redazione di MAG. Ma per la ex presidente e ceo, si tratta semplicemente di «uno strumento aggiuntivo, capace di offrire opzioni, scenari e analisi comparative, ma ancora distante dal sostituire il giudizio umano». Porta esempi concreti: dalla revisione dei contratti al supporto nella redazione di comunicazioni complesse. «L’AI offre possibilità, ma non conosce l’azienda, le dinamiche interne, le persone». Per questo, insiste, serve sempre una “seconda lettura” da parte del legale in house, che contestualizzi e sfumi le proposte della tecnologia.

Brown condivide l’impostazione della collega, e sottolinea un elemento ulteriore: la velocità del cambiamento. «L’AI di oggi non sarà quella di domani. Per i giuristi d’impresa, questo significa sviluppare un approccio predittivo, non solo reattivo: anticipare, non inseguire. È la logica che Acc sta traducendo in strumenti concreti, come l’AI Toolkit e il Centro di Eccellenza che raccoglie contributi da centinaia di membri».

Wellbeing: il blind spot che resta

Nonostante l’espansione del ruolo e l’evoluzione delle competenze, la cultura professionale dei giuristi d’impresa conserva alcuni punti ciechi. Il più evidente, secondo Richardson, è il benessere dei professionisti: «Il burnout è un rischio reale, e la pandemia lo ha reso più visibile». Acc ha introdotto programmi di wellbeing, sessioni di confronto su stress, resilienza, gestione del tempo. «Inaspettatamente, sono sempre pieni».

Brown le fa eco: «Un’organizzazione non è più forte delle persone che la compongono». Significa riconoscere che il benessere non è accessorio, ma parte integrante della capacità dell’azienda di reagire ai rischi e affrontare crisi complesse.

Jason L. Brown: un giurista cresciuto dentro ACC

Il nuovo presidente e ceo porta con sé una storia lunga più di vent’anni nella community degli in house. È entrato in Acc nel 2003, appena arrivato in PepsiCo e prima di sbarcare a MillersCoors, poi a Dyson Americas e infine a GE Appliances. All’interno dell’associazione è passato da membro a chapter leader a componente del global board.

La sua priorità dichiarata è semplice e concreta: ascoltare. Soci, chapter, sponsor, partner e comitati tematici. Non per ripartire da zero, ma per aggiornare il piano strategico sulla base delle esigenze effettive dei corporate counsel, in una fase di cambiamento rapido. Il networking, per Brown, è un’infrastruttura professionale che consente di trasformare esperienze individuali in competenze collettive. «È così che si costruiscono soluzioni condivise», afferma.

Dentro l’evoluzione del ruolo

Fondamentale, per Brown, è la […]

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michela.cannovale@lcpublishinggroup.com

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