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inhousecommunity.it Newsletter n.78 - 26 Mag 2017

Editoriale

Perché comunicazione può far rima con Cassazione

di nicola di molfetta

Nei giorni scorsi sono state pubblicate le motivazioni di una sentenza della Corte di Cassazione (9861/2017) che è intervenuta su un tema di grande interesse: la possibilità per gli avvocati di rendere noti i nomi dei loro clienti. 

La pronuncia del giudice di ultima istanza si è resa necessaria dopo la sanzione e i relativi ricorsi di alcuni avvocati marchigiani che erano stati ripresi dal loro Consiglio dell’Ordine per aver riportato sul proprio sito internet (e con il loro consenso) i nomi dei principali clienti assistiti in via continuativa o su progetti specifici.
La cosa ha turbato molti avvocati. E non a caso. Del resto, la prassi di parlare dei propri clienti o dei mandati ricevuti è oramai molto diffusa. Quindi, si sono chiesti in tanti, come bisogna prendere questa pronuncia?

Anzitutto leggerla può essere un esercizio utile. Ed è quello che abbiamo fatto.

Come ovvio, la Cassazione non può che applicare le leggi e le regole vigenti. E quindi, posta dinanzi all’obiezione che il dl 223/06, meglio noto come decreto Bersani, ha previsto «l’abrogazione delle disposizioni legislative e regolamentari che prevedono il divieto di svolgere pubblicità informativa circa i titoli e le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto nonché il prezzo e i costi complessivi delle prestazioni», la Cassazione ha sottolineato che la norma liberalizzatrice non fa alcun accenno esplicito alla possibilità di rivelare al pubblico il nome dei propri clienti.

Qualcuno potrebbe pensare che il tema clienti possa essere risolto dal riferimento alle «caratteristiche del servizio offerto». Ma giustamente, il giudice sottolinea che ciò richiederebbe un’interpretazione a dir poco ampia del concetto di pubblicità informativa. E a questo aggiunge che di tale interpretazione andrebbe «verificata la compatibilità con le peculiari caratteristiche dell’attività libero-professionale considerata». 

Il concetto è che quello che svolgono gli avvocati non è un lavoro qualsiasi e che, soprattutto, ha una particolare rilevanza nella misura in cui l’avvocato è «il necessario partecipe della funzione giurisdizionale». Nella sua lettura della questione, la Cassazione delinea la figura dell’avvocato e le caratteristiche principali della sua attività, facendo prevalentemente riferimento alla dimensione giudiziale dell’attività forense. «È proprio la stretta connessione tra l’attività libero-professionale dell’avvocato e l’esercizio della giurisdizione che impone dunque maggiore cautela in materia», si legge nella sentenza.

Insomma, in questa specifica pronuncia, il giudice supremo si concentra sulla possibilità di fare i nomi degli assistiti in vicende contenziose o comunque giudiziali, ferma restando la pubblicità del processo, quella del dibattimento e anche la pubblicità delle sentenze. 

Di come si debbano comportare gli avvocati relativamente all’attività stragiudiziale che essi svolgono, però, si dice poco o nulla.
E questo forse lascia aperto uno spiraglio.
Certo, non va dimenticato che il codice deontologico sul punto non fa distinzioni: i nomi dei clienti, statuisce, non si possono fare.

Ma questa prescrizione, a nostro modesto avviso, non tiene conto delle moderne dinamiche di mercato. 
Si pensi a quante siano le situazioni in cui sono i clienti stessi che chiedono agli avvocati di mostrare il loro track record (ovvero l’esperienza pregressa) in determinati settori, con tanto di indicazione delle operazioni seguite e del loro valore.
Si pensi anche alla pubblica amministrazione. La legge sulla trasparenza, come noto, impone la pubblicazione sui siti dei diversi enti e delle varie istituzioni degli elenchi di tutte le consulenze assegnate. Con la conseguenza che ciò che un avvocato non può pubblicare sul proprio sito, viene reso noto dall’ente che deve rispondere a un altro obbligo di legge. 
Si aggiunga a questo la sempre più diffusa abitudine tra le società impegnate in operazioni straordinarie di rendere noti, nei comunicati stampa diffusi per informare il mercato circa le novità che le riguardano, i nomi degli advisor che le hanno affiancate, legali inclusi. 

Gli esempi potrebbero continuare. 

Ma questo ci serve per dire che forse la prescrizione deontologica, che nella sua ratio punta a evitare che un avvocato si faccia pubblicità a “spese” del suo cliente (ancorché consenziente), dovrebbe gradualmente cambiare, distinguendo i casi, le circostanze e l’opportunità di certe iniziative di comunicazione. 
Perché quando esse servono a rendere più trasparente il mercato, a verificare le competenze di chi svolge un determinato lavoro tracciandone l’attività in maniera concreta e a far circolare informazioni che non possono che ampliare in maniera sana la concorrenza all’interno di un settore, forse più che vietate, andrebbero incentivate.

@n_dimolfetta

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